Il rugbista del mese/16: Cecilia Manera

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Il rugbista del mese/16: Cecilia Manera

Cecilia Manera è il rugbista – pardon, la rugbista – del mese di febbraio 2019. Conosciamola insieme:

Quando e dove sei nata?

“Sono nata a Genova il 25 luglio 1986”

Perché hai deciso di giocare a rugby? Chi ti ha portato al Chicken?

“Verso i nove-dieci anni ho iniziato nei Lyons Piacenza, mio fratello aveva appena cominciato, mi ha subito incuriosito e ho deciso di provare anch’io. A tredici anni mi sono trasferita a Milano dove mi sono allenata per un anno all’Asr con l’under 14, ma non potevo già più giocare per motivi di età, così ho dovuto smettere perché purtroppo non esistevano ancora in città squadre femminili. Tra superiori e università ho sempre lavorato sere e weekend, così ricominciare era impossibile, fino a che nel 2011 finalmente sono riuscita a trovare un lavoro full time che mi ha permesso di avere più tempo libero. Sempre quell’anno mi hanno trovato un’ernia e due protusioni e mi hanno consigliato di cominciare a praticare nuoto ed evitare tutti gli sport in cui si doveva correre. La sera stessa in cui mi hanno dato gli esiti degli esami sono andata su internet e ho cominciato a fare ricerca per una squadra di rugby femminile. Ho trovato il Chicken, ho chiamato la responsabile di allora, Francesca Perin: e da quel giorno non ho quasi mai saltato un allenamento”

Per quanti anni hai giocato?

“Senza contare il periodo del minirugby, più di sette anni”

Gli inizi per la nostra femminile sono stati duri. Qual é stato il segreto della tenuta mentale ?

“All’inizio eravamo davvero un gruppo microscopico, a volte era difficile schierare nei concentramenti sette giocatori (in Coppa Italia si gioca in 7). Ma avevamo in comune un grande entusiasmo, una ancora più grande passione per il rugby che ci ha permesso di creare un legame che dura tutt’ora. All’inizio la società era un po’ titubante sul nostro progetto e anche la seniores un po’ diffidente. Ma con il passare del tempo ci hanno dato tutti fiducia, soprattutto gli old che ci hanno supportato aiutandoci a coprire le spese delle trasferte”

Che ruolo hai coperto? Che sfide specifiche ti ha imposto?

“In Coppa Italia ho sempre giocato nei 3/4, principalmente centro e apertura. Appena abbiamo iniziato a giocare a 15 ho trovato il mio posto in terza linea e mi ci sono subito sentita a mio agio. Giocare terza linea significa che devi essere sempre dove si trova la palla e, più in generale devi essere in sostegno sempre e ovunque. Capitano delle partite in cui non tocchi proprio la palla e passi la maggior parte del tempo in punti d’incontro a fare a testate. Non manca una piccola dose di “cattiveria” che ti permette di non far passare tutto ciò che entra nel tuo raggio d’azione”.

Perché hai deciso di smettere?

“L’anno scorso, dopo la prima partita giocata in trasferta, mi è scattato qualcosa dentro. Ho sempre affrontato tutte le sfide al massimo delle mie energie e forze e appena mi sono resa conto di non poter dare il 100% ho preferito mettermi da parte e lasciare spazio a chi poteva dare più di me. Giocare in serie A significa allenarsi costantemente e anche più di quanto ti richiede lo staff. Devi vivere come un’atleta e purtroppo, con un lavoro a tempo pieno come il mio, non era possibile conciliare le due cose. È un problema che purtroppo capita a molti giocatori una volta terminati gli studi, ancora oggi non c’è una cultura che permette di poter continuare a giocare a livello professionale una volta entrati nel mondo del lavoro”.

Quest’anno alleni la seconda squadra seniores che fa il campionato Uisp. Come è nata l’idea di sperimentarti come coach? 

“Smettere di giocare mi è pesato tantissimo e volevo allontanarmi più possibile dal mondo del rugby ma credo che questo sia praticamente impossibile. Se sei un rugbista puoi prenderti una pausa, ma non puoi mai lasciare per davvero questo mondo.  Appena si è presentata l’opportunità di poter ricominciare a stare in campo, anche in un’altra veste, nonostante fossi molto titubante, mi ci sono buttata”.

Come va quest’anno? È difficile per una donna allenare una squadra di uomini?

“La squadra di quest’anno la definirei molto precaria. La parte più difficile è riuscire a convincere i ragazzi ad allenarsi più possibile e schierare un numero sufficiente di giocatori per poter affrontare al meglio le partite, ma grazie anche ai giocaotri della prima squadra piano piano stiamo riuscendo ad avere le prime soddisfazioni. Inoltre, vedere i ragazzi che hanno appena cominciato migliorare giorno dopo giorno dà un sacco di soddisfazione.  Non ho mai percepito alcuna difficoltà nell’allenare dei ragazzi, io cerco solo di essere me stessa mettendo a disposizione le mie capacità organizzative più che tecniche, che ovviamente sono ancora tutte da costruire. Dall’altra parte, i giocatori sono molto rispettosi del mio ruolo nonostante sia proprio all’inizio e per questo li ringrazio tanto perché non credo sia così scontato”.

C’è un ricordo che ti è più caro di altri?

“La partecipazione alle prime finali di Coppa Italia a Parma. Nonostante i nostri grandi limiti sul gioco ci abbiamo messo tutto il cuore che avevamo e abbiamo portato a casa un gran risultato, non in termini di classifica ma di soddisfazione. E grazie anche a tutto il supporto che ci è arrivato da chi stava attorno a noi”.

(ph. Alessandro Casale)

Le puntate precedenti:

1) Eugenio “Mastino” Gandolfi
2) Simone De Nigro
3) Samar Sambo
4) Filippo Cicinelli
5) Franchino Ghezzi
6) Loris Giambusso
7) Tonino Vinci
8) Fabio Ferrari
9) Marcello Agrati
10) Emma Bellezza
11) Marco “Piso” Acquaviva
12) Nicola Lemorini
13) Omar El Sayed
14) Il professor Vermondo Brugnatelli
15) Davide Mancino

By | 2019-02-07T12:23:36+00:00 febbraio 7th, 2019|Senza categoria|0 Comments

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