Ciao Sabu

Ciao Sabu

Una foto d'epoca di SabuE’ morto ieri mattina a Milano Piero Vellani detto “Sabù”, che è stato per lunghi anni allenatore delle giovanili del Chicken e poi della prima squadra. Ai figli Mario “Marietto”, a lungo gialloverde, e Luca l’abbraccio della famiglia dei polli. Questo è il ricordo di Sabù scritto da Luigi Fazzo, che da lui fu allenato per diversi anni.

 «Sabù è stato il mio primo allenatore, proprio nel senso che c’era lui, in campo, la prima volta che sono stato a un allenamento. Come gridava, che voce potente, quante parolacce, quante bestemmie, mentre mi introduceva ad uno sport fatto essenzialmente di botte. Mi sembrò un energumeno, con quelle gambe, le più storte che abbia mai visto; e sotto le docce vidi che gli mancavano quattro dita di un piede. Non avevo mai incontrato un uomo con tanta energia. Mi chiese quanto pesavo, risposi “settantatré chili”, fece un’espressione schifata. Ma capì subito che non sarei mai riuscito a tenere in mano un pallone, e mi mise a giocare in mischia. Passò qualche mese, aspettavo di giocare finalmente la mia prima partita. Lui alla fine dell’allenamento fece le convocazioni per la domenica, e il mio nome non c’era. Dovevo avere proprio una faccia delusa, perché fece una risata cavernosa, mi si avvicinò, mi stropicciò i capelli e mi disse, ‘ghe sarà el to mument anca per ti’, e fu allora che mi accorsi che aveva dei begli occhi e un gran bel sorriso. Gli occhi neri e i riccioli neri gli avevano procurato da ragazzo il nome di “Sabù”, che era credo un principe indiano di qualche film di allora. Il mio momento venne, e durò molti anni. Giocare in una squadra allenata da Sabù era tutto quello che desideravo. Eravamo la giovanile del Chicken, le altre squadre non erano simpatiche come noi, gli altri allenatori non sapevano di niente. Tanti di quei ragazzi non li ho più visti, alcuni sono ancora in giro anche se non sono più tanto ragazzi. Sabù ogni tanto spariva, poi magari tornava l’anno dopo. Non sapevo come mai, e nemmeno me lo chiedevo in realtà. Suppongo che non avesse un carattere facile, ecco. Ma con noi è sempre stato leale, e apprezzava l’impegno e la grinta prima di ogni altra qualità. Credo che mi volesse bene. Un po’ lo vedevo come un personaggio da fumetti. Me lo immaginavo a braccia conserte come un capo pellerossa, o come un marine allo sbarco in Normandia, ma più di tutto mi faceva ridere quando si arrabbiava con Pio Di Santo: piantato in mezzo al campo a gridare ‘Pio! Pio!’ , diventava un enorme pulcino con i baffi spioventi e la voce tonante. I suoi metodi di allenamento erano da rugby fatto in casa; sospetto di essergli debitore della mia ernia al disco. Poi è arrivata una generazione di ragazzi diversi, forse meno ingenui, coi quali Sabù non era tanto in sintonia. L’ultima volta che l’ho visto è stato al funerale del Ghezzi. Abbiamo fatto insieme la strada dalla casa alla chiesa, poi una volta dentro l’ho perso di vista. Pochi mesi fa, Saverio Avalli mi ha detto che Sabù era al Policlinico, vicino al mio ufficio, mi pare per un problema ad una gamba. Ma non sono andato a fargli visita, senza altro motivo che la mia pigrizia. Così non so che faccia avesse, da vecchio. Almeno oggi posso ricordarmelo in tutta la sua forza di toro infuriato. E sono sicuro che se lo ricordano nello stesso modo tanti ragazzi infangati che tra un urlo e un insulto in milanese sono diventati più grandi e più forti».

 

By | 2018-01-22T22:47:43+00:00 ottobre 7th, 2015|Senza categoria|0 Comments

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