Il rugbista del mese/20: il Buizza

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Il rugbista del mese/20: il Buizza

Una sera di fine autunno del 1974, un ragazzino con i capelli ricci entra al “Vecchio”, come veniva chiamato allora il campo Giuriati. Ad accoglierlo, un signore che al piccoletto parve vecchio quanto l’impianto, e invece aveva solo 44 anni. Era Enrico Buizza, più esattamente “il Buizza”: il più longevo di quella generazione di uomini che hanno fatto il Chicken, più importanti dei giocatori e degli allenatori.

Nel rugby di oggi li chiamerebbero team manager o director of rugby o altre scemenze simili, allora erano semplicemente quelli che tiravano avanti la baracca, in casa, in trasferta, in spogliatoio. Raccontare chi è stato Enrico Buizza è un viaggio nel Chicken eroico delle origini. A parlare è Giuseppe Petrini, che del fondatore Cesare Ghezzi era il nipote e che del primo Chicken fu una delle pietre angolari.

Chi era il Buizza?
Lui negli anni Cinquanta era un giocatore del Milano di cui Cesare Ghezzi era l’allenatore. L’ho anche visto giocare, quando col figlio di Ghezzi, Franco, andavamo a vedere le partite. Giocava centro, un botolino rognoso, grande placcatore. Era forte di spalle, una di quelle piattole che non ti togli più di dosso. Il lavoro dei centri era molto diverso da oggi che montano a chiudere tutti insieme, c’erano molti più scontri uno contro uno e in quello, soprattutto in difesa, Buizza era difficile da battere. Quando Ghezzi nel 1955 entra in rotta di collisione con i vertici del Milano e li molla dicendo “mì vu drè ai me fiulett“, Buizza era ancora giovane e restò lì a giocare. Quindi nel primissimo Chicken lui non c’era perchè era ancora impegnato in campo con il Milano.

Qual era l’ossatura del Chicken?
Ghezzi ha sempre avuto bisogno non di consiglieri perché faceva tutto di testa sua ma di qualcuno che eseguisse le sue decisioni. Dei palafrenieri, direi. Se Ghezzi era una sorta di sognatore, una specie di Don Chisciotte, poi aveva bisogno di un Sancho Panza che traducesse tutto in pratica. Citto e mosca, era l’approccio di Ghezzi. I primi palafrenieri furono due arbitri di livello modesto ma ben inseriti nel mondo del rugby e del comitato, perchè erano nell’ambiente da un sacco di tempo, i cui figli erano venuti a giocare con noi: Gibelli e Polli. Gibellino, così chiamato per distinguerlo dal padre, giocava da mediano di mischia, non era male ma nel ruolo era inesorabilmente chiuso da Franchino Ghezzi. Sergio Polli invece era un terza linea molto forte ed arrivò fino alla Nazionale. Poche parole, asciutto, molto efficace.

Quando entra in scena Buizza?
Un attimo. Il Chicken nasce nel 1956, per tre anni fa solo rugby educativo e partite all’estero perché noi giocatori, che eravamo tutti del 1945, non avevamo ancora 15 anni che erano l’età minima allora per tesserarsi alla Fir. Poi facciamo per tre anni il torneo Cicogna, che era il campionato giovanile di allora. Andiamo tutti e tre gli anni alle finali nazionali con Metalcrom Treviso, Roma e Partenope Napoli, e l’ultimo anno arriviamo a giocarci la finalissima col Napoli: era il Chicken di Mariani, Villa, quella gente lì. A quel punto siamo in grado di tesserarci per la C, e comincia l’avventura del Chicken adulto. E iniziano ad arrivare giocatori più vecchi di noi, gente che aveva avuto Ghezzi come allenatore al Milano e voleva tornare a giocare ai suoi ordini. Uno di questi era Piero Vellani detto Sabù, che giocava tallonatore e che poco dopo sarebbe diventato allenatore del Chicken. Dal Milano credo venisse anche Ian Simpson, che per me è stato il miglior allenatore che il Chicken abbia mai avuto. Anche Buizza sentiva fortemente il richiamo del Ghezzi e credo che fu lui a darsi da fare perché un po’ di vecchi del Milano passassero al Chicken. Alla fine degli anni Sessanta quando venimmo promossi in B arrivò anche lui, che nel frattempo aveva smesso da giocare e divenne immediatamente il braccio operativo di Ghezzi. Fu lui a portare al Chicken gente del Milano come Zucchi, Poidomani, Pancaro, tutti ex giocatori di Ghezzi che oltre ad essere utili in campo foraggiavano finanziariamente la squadra perché Ghezzi li spremeva con una certa assiduità. Da uno di questi giocatori, Pellegrini, che veniva dall’Amatori, nasce anche la sede di via Cerva.

Racconta.
Ghezzi oltre ad allenare in campo faceva anche lezioni teoriche. Per questo si faceva ospitare dal Csi, il centro sportivo delle Acli, in via della Signora. Ma questo Pellegrini, che di mestiere faceva l’architetto, gli segnalò che al 18 di via Cerva, cioè a due passi da corso Vittorio Emanuele, c’era uno scantinato che si poteva utilizzare. Andò a finire che non lo usavamo solo per le lezioni, era diventato il punto di ritrovo della squadra e anche dei giocatori di altre squadre, si facevano le feste, si andava la mattina invece che andare a scuola. Una delle anime era Filippo De Gasperi, che era un mediano un po’ fifone ma uno allegro, spiritoso. Lì si catturavano un sacco di donne. C’era un ragazzo di giù che giocava terza linea che ne portava sempre ragazze interessanti. Ogni tanto spariva, poi tornava con la Porsche. Un giorno leggemmo che lo avevano arrestato.

Buizza che ruolo aveva nel Chicken di quegli anni?
Faceva di tutto, in campo e fuori. Senza di lui il Chicken non sarebbe andato avanti perché era sempre presente, di una abnegazione fuori dal comune. Con Ghezzi era di una fedeltà assoluta, Ghezzi poteva fare qualunque cavolata e Buizza gli andava dietro. Ma era anche quello che smussava gli angoli del carattere di Ghezzi, che non sempre era facile, perché era forse più un padre che un coach. Per esempio c’era Mario Barbani, il fratello di Pietro, che era un buon giocatore ma a Ghezzi non andava giù perchè pensava che facesse il filo a sua figlia, e Buizza toccava metterci una pezza per convincere Ghezzi a farlo giocare lo stesso. E credo che per la gran parte dei giocatori fosse più facile confidarsi con lui o chiedergli un consiglio piuttosto che parlarne con Ghezzi verso il quale tutti provavano una notevole soggezione. E poi organizzava tutto, in un epoca in cui non esistevano i telefoni cellulari, e lascio immaginare quanto fosse complicato gestire le comunicazioni interne alla squadra.

Ok. Adesso che non ci sono più, è bello ricordarseli insieme, uno accanto all’altro, Ghezzi-Don Chisciotte e Buizza-Sancho Panza, il primo con la borsa da ragioniere piena di cartellini, il secondo con l’apparecchio acustico perennemente scarico, pronto ad entrare in campo come segnalinee e rubare metri su ogni touche, mentre Ghezzi attaccato alla rete urlava il suo primo comandamento: “Dervire, cribbio!“. Così diversi e così uguali nell’amore per il Chicken.

Enrico Buizza è morto il 2 febbraio 2012.

(nella foto in alto Ghezzi e Buizza al Giuriati nel 1969, sotto Buizza accompagnatore del Chicken in una trasferta del 1970)

 

Le puntate precedenti:

1) Eugenio “Mastino” Gandolfi
2) Simone De Nigro
3) Samar Sambo
4) Filippo Cicinelli
5) Franchino Ghezzi
6) Loris Giambusso
7) Tonino Vinci
8) Fabio Ferrari
9) Marcello Agrati
10) Emma Bellezza
11) Marco “Piso” Acquaviva
12) Nicola Lemorini
13) Omar El Sayed
14) Il professor Vermondo Brugnatelli
15) Davide Mancino
16) Cecilia Manera
17) Francesco “Truciolo” Cardogna
18) Juan Vargas
19) Alberto Ardizzone

By | 2019-06-07T10:47:34+00:00 giugno 7th, 2019|Senza categoria|0 Comments

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