Il rugbista del mese/14: il professor Vermondo Brugnatelli

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Il rugbista del mese/14: il professor Vermondo Brugnatelli

Abbiamo fatto due conti. E di tutto il Chicken il più vecchio ancora in attività, quello con più anni di maglia gialloverde sulle spalle, è il professor Vermondo Brugnatelli.
Quando sei nato?
Sono nato a Milano il 19 ottobre 1953. Ragion per cui ho appena compiuto sessantacinque anni e mi hanno mandato il tesserino per avere gli sconti.
Come sei arrivato al Chicken?
Andavo al liceo Manzoni, lì c’era un mio compagno di scuola che giocava, un piccoletto, un tipo senza di che. Aveva saputo che ero interessato e m disse: guarda, c’è questa squadra, giocano solo i raccomandati. Mi sono presentato al Giuriati e da lì la cosa è andata avanti. Sarà stato il 1971.
Come fu il primo impatto?
Non mi ricordo granchè. D’altronde i miei ricordi di rugby sono tutti un po’ vaghi, come il pilone della canzone: ‘confondo arbitri, campi, placcaggi…’. D’altronde, io avevo fatto già un sacco di sport, andavo in bici, avevo fatto la Torino-Saint Vincent di marcia, la Marcialonga sugli sci, facevo speleologia, insomma inizialmente il rugby era una cosa come tante altre. C’era il Ghezzi con la sua aria sorniona, l’allenatore non mi ricordo se era già Sabù (Piero Vellani, detto Sabù come il protagonista di un telefilm degli anni Cinquanta, ndr). Direi che mi piacque da subito questa possibilità di rotolarsi per terra, io sono un bambinone e anche adesso vado avanti con gli Old perché è l’unico modo socialmente ammesso di rotolarsi nel fango alla mia età. Mi ricordo bene le docce fredde del Giuriati vecchio. Al Giuriati nuovo, quello che adesso si chiama Crespi, invece le docce erano calde, ma il campo era infame. E mi ricordo il grande Enrico Buizza, un vero filosofo, un dispensatore di saggezza. Col tempo scoprii che quando faceva il segnalinee rubava sulle touche e anche se i tifosi avversari gliene dicevano di tutti i colori restava impassibile perché spegneva l’apparecchio acustico.
Chi furono i tuoi primi compagni di squadra?
C’era Pinuccio Petrini, Franchino Ghezzi, Giuliano Senatore, quella generazione lì. Più o meno, insieme a me, credo che siano arrivati Riccardo Galbusera, Tomain, Cettolo. Poco dopo Fazzo Uàn, e quelli della sua età.
Che ruolo ti diedero?
Pilone, da subito. E sono finito immediatamente in prima squadra. Il mio compagno di scuola, quello che diceva che in prima giocavano solo i raccomandati, era perplesso, perché lui non era mai andato oltre la seconda squadra. Sono sempre stato un pilone. Un pilone poco prototipico, perché è raro che un pilone insegni all’università (il primo ricordo del redattore è una sera qualunque, anni Settanta, dopo l’allenamento al Giuriati: Vermondo che sale sul tram, dove c’erano i primi, rarissimi arabi e si mette a parlare in arabo con loro, ndr). Che ruolo, il pilone. Ricordo solo le mischie chiuse, dovevi solo rusare e nient’altro. In tutta la mia carriera avrò segnato due mete. In compenso sono stato fortunato con gli infortuni, non mi sono mai fatto particolarmente male. L’unico vero guaio l’ho avuto rompendomi un incisivo, che è tutt’ora malconcio. Il dente si spaccò andandosi a infilare sulla testa di Postino (Paolo Raffaelli, ndr). Credo che il dente sia rimasto lì. Visto che Postino è morto, posso dire che un pezzo di me è già sotto terra.
Sulla tua scia sono arrivati al Chicken anche i tuoi fratelli.
Sì, venne Edoardo, che poi ha giocato abbastanza a lungo, e più brevemente Francesco. D’altronde, eravamo una famiglia numerosa, cinque maschi e tre femmine. Magari sarebbero venute a giocare anche loro, ma le Polle all’epoca non esistevano… Vabbè, parlando mi vengono in mente altri ricordi. Come le battaglie nel fango di Lumezzane, con il vin brulè offerto a fine partita: tranne la volta che vincemmo. Oppure quando vincendo a Viadana un’epica partita arrivammo a un passo dalla promozione in serie B. Ci bastava non perdere l’ultima partita in casa, non ricordo nemmeno contro chi, ma era una squadra che avevamo già battuto. Naturalmente da bravi pollastri riuscimmo nell’impresa di perdere. I dirigenti un po’ tirarono un sospiro di sollievo: la B avrebbe significato spese a non finire.
Ti hanno mai espulso?
Non ero un attaccabrighe, e se qualcuno mi menava non stavo a rispondere. Ma ero in campo nella partita contro il Sondrio in cui, credo unico caso nella storia del rugby, l’arbitro ci cacciò tutti. Entrambe le squadre espulse, in blocco. C’era stata qualche baruffa e l’arbitro, che era un evidente incapace, aveva risolto così la faccenda. E’ stata l’unica squalifica della mia vita.

Per quanto tempo sei andato avanti?

Ho rallentato un po’ per volta, l’età cominciava a farsi sentire, l’università ha iniziato a prendermi, insegnavo a Bergamo, poi è arrivato il figlio. Però non ho mai deciso ufficialmente di smettere. Il dente che era rimasto nella testa di Postino lo avevo aggiustato, poi però si è rotto di nuovo allora mi sono detto: lo aggiusterò quando appendo le scarpe al chiodo. E come si può vedere, il dente è ancora rotto perchè dentro di me non ho mai smesso. Così quando al primo Didelghezz ho ritrovato un po’ di amici e ho scoperto che esistevano gli Old ho ricominciato con loro. Anche se è un po’ una pantomima del vero rugby, c’è sempre il ritrovarsi in spogliatoio, il freddo, avere amici. Il bello del rugby è questo. Io spesso non mi ricordo le facce, ma tanti si ricordano di me e questo è molto gratificante. Poi ci sono anche soddisfazioni come il torneo di Rovigo del 2016 dove abbiamo vinto tutte le partite, compresa l’ultima contro i Petrarchi, in cui mi hanno proposto come Man of the Match. Così vado avanti. All’ultimo Milano Rugby Festival quando a cinque minuti dalla fine, a risultato acquisito, il coach mi ha fatto entrare l’ho trovato un bel gesto, è stato gentile. Anche se non dovrei dirlo troppo in giro perché sul mio certificato medico c’è scritto che posso giocare ma senza fare contatti.

In una trasferta in Irlanda sconfiggesti gli avversari in una gara di birra. Quel giorno sei entrato nella leggenda.
In effetti è uno degli achievement della mia carriera. C’era stato un precedente, perché l’anno prima eravamo andati in trasferta in Inghilterra e al terzo tempo gli Old Westcliffians ci avevano sfidato a chi beveva di più e più in fretta. Eravamo seduti in fila indiana, ognuno col suo boccale, e cominciavi a bere quando quello davanti a te aveva finito. Una specie di staffetta. Noi eravamo in testa perché Alberto Villa quando era stato il suo turno invece di bere la birra se l’era versata tutta in testa dandoci così un buon vantaggio, poi loro avevano recuperato, ma quando è arrivato il mio turno io ho fatto una bevuta così rapida che sono stato catalogato dalla squadra tra i buoni bevitori. In Irlanda l’anno dopo si doveva fare una sfida analoga, ma si era fatto tardi, allora i capitani decisero che si sarebbero affrontati solo i campioni delle due squadre, e memori dell’impresa inglese i compagni designarono me. Gara contro uno, due pinte e mezzo di birra da bere più rapidamente possibile. Io, prevedendo un po’ la cosa, a cena mi ero trattenuto. Bevvi così rapidamente che quando finii le due pinte e mezzo l’avversario aveva appena finito la prima, e lo aiutai a bere anche il suo. Ricordo che nel club c’era una ragazza, una certa Amanda, talmente ammirata che mi fece capire che avrebbe volentieri approfondito la conoscenza.
E tu?
Io sono un gentleman e non mi approfitto delle piccole irlandesi che cadono in deliquio per baggianate come queste.

Le puntate precedenti:

1) Eugenio “Mastino” Gandolfi
2) Simone De Nigro
3) Samar Sambo
4) Filippo Cicinelli
5) Franchino Ghezzi
6) Loris Giambusso
7) Tonino Vinci
8) Fabio Ferrari
9) Marcello Agrati
10) Emma Bellezza
11) Marco “Piso” Acquaviva
12) Nicola Lemorini
13) Omar El Sayed

By | 2018-12-11T20:50:00+00:00 dicembre 5th, 2018|Senza categoria|0 Comments

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