Il rugbista del mese/19: Alberto “Pollo” Ardizzone

//Il rugbista del mese/19: Alberto “Pollo” Ardizzone

Il rugbista del mese/19: Alberto “Pollo” Ardizzone

Photo credit:  AleCasale

Lo sappiamo bene, il nostro “Pollo” è ovunque. Ma quanti possono dire di conoscere la sua storia al Chicken? Alberto Ardizzone ha voluto raccontarci (brevemente) di sé al termine di un’altra stagione lunga e ricca di mete.

Quando e dove sei nato ?

Sono nato a Milano il 15 ottobre 1988.

Avevi mai fatto altri sport?

Certo avevo fatto un sacco di altri sport tra cui sci, nuoto, basket, calcio, tennis, e atletica leggera.

Come mai hai iniziato a giocare a rugby? E come sei arrivato al Chicken?

Ho iniziato a giocare a rugby per caso, ero sul tram numero 2 con un mio amico che ha ricevuto una telefonata, io restai zitto e ascoltai e sentii che chiuse la chiamata dicendo “sì, ok, ci vediamo domani, allora porto le scarpe da calcio”. Allora gli chiesi cosa sarebbe andato a fare il giorno seguente e mi spiegò che sarebbe andato a provare a giocare a rugby. Io che non avevo ancora deciso che sport fare durante l’anno dissi: “Vengo con te!”. Il mio amico ha smesso qualche mese dopo, io ho continuato ed eccomi qui. Avevo 17 anni, la mia prima squadra fu la under 19 alla Grande Milano, lì ho conosciuto i miei compagni di squadra con cui ancora gioco: Diego, Gionni, Micio, Baldo, Barca, Aris e Paolino. Finite le giovanili siamo stati indirizzati al Chicken perché, abitando in zona sud, il campo di Rozzano era più facile da raggiungere. Inoltre conoscevamo Fabrizio Villa, il mio primo allenatore gialloverde. Era il settembre  del 2008

Che ruolo ricopri? Ti piace, ti soddisfa? Vorresti avere le caratteristiche per fare qualcosa d’altro?

Gioco ala, e sono un’ala pura, il mio numero è l’11. E’ un ruolo che amo. Sono sempre stato molto veloce, decisamente più veloce della media, ma anche più veloce di quelli veloci, e questo mi ha sempre aiutato perché andavo tre volte gli altri. Ma penso che di dice che per giocare basti solo correre, di rugby capisca poco (anche se con questo non voglio dire che io ne capisca…). Se sei veloce parti in vantaggio ma non basta, bisogna anche essere sempre al posto giusto al momento giusto, ed allenarsi tanto. Altri ruoli che mi piacciono sono l’estremo, che con l’avanzare dell’età trovo un ruolo più affine a me, e per questo vorrei avere il “piede” che decisamente non ho (anche se la “rullata” di stinco la so fare bene solo io). M piacerebbe avere più visione per giocare 9, o più massa per giocare prima linea: sarei una prima linea dinamica, che sogno!

Quest’anno hai segnato la tua centesima meta in campionato . Hai iniziato da subito a tenere il conto? Pensavi di arrivare così lontano?

Si, ho sempre tenuto il conto delle mete perché aiutavo Fabrizio Villa a tenere le statistiche della squadra,  ma sinceramente non pensavo di arrivare così avanti. Il primo anno ne ho segnata solo una al Brescia in casa loro, ero talmente felice che scrissi un articolo per il nostro sito. Mi hanno preso in giro per un sacco di tempo, ero stato un po’ troppo autocelebrativo, ma noi ali siamo così.

Perché secondo te segni così tanto?

Penso che oltre alle caratteristiche fisiche-tecniche che posso avere, il mio “segreto” è che ho sempre una voglia matta di giocare e segnare, che non è un’ossessione, ma un dovere. I miei fratellini in campo placcano, rubano palloni e mi mettono in condizione di poter segnare, per questo io devo segnare e finalizzare tutti gli sforzi, perché alla fine una cosa conta, fare punti, fare meta. E questo gesto che sembra semplice in realtà va allenato, bisogna essere pronti a finalizzare sempre e comunque. Se sei ala devi segnare sempre, devi essere sempre tu a segnare ogni volta, anche in allenamento. Devi avere fame: due contro uno e segni, slalom e segni. Deve essere una cosa mentale, perché quando sarai all’80esimo e non avrai più benzina nelle gambe e mancheranno 5 metri alla meta, è quest’attitudine che hai  e che hai allenato che ti porterà a fare la differenzaSegnare è un gesto che deve diventare automatico, ma purtroppo non sempre viene fatto. In allenamento non vedo mai nessuno schiacciare sempre la palla. Io rompo sempre le scatole, “segna segna!” Ma non sempre riesco a passare il messaggio. Io quando non segno sono incazzato nero, se segno, vorrei averne fatte sempre una di più. Forse sono un po’ pazzo.

Analizziamo un po’ il gesto della meta, che comprende una serie di decisioni: quando accelerare, quando non passare, quando puntare il centro dei pali. Sono decisioni che prendi razionalmente o ormai ti guida l’istinto ?

Come giocatore sono sempre stato abbastanza istintivo, vedevo un buco e mi ci buttavo dentro, ma col tempo ho imparato ad usare meglio le mie caratteristiche fisiche, studiando fin da subito l’avversario. Lo guardo, vedo come corre, vedo come reagisce alle accelerazioni, come muove le gambe, e quindi alla fine cerco di metterlo in difficoltà. Quando ero più giovane in campo aperto facevo sempre la finta di rallentare per stanchezza, e appena vedevo che il difensore rallentava per prendere la mira, davo una botta di accelerazione e lo lasciavo lì. Ora che mi è più difficile farlo punto sull’anticipare l’avversario..

C è una meta che ti è più cara di altre ? Qual è la tua giocata preferita?

Si ce ne sono un po’, sicuramente quella contro il Lainate nella magica partita in casa loro all’ultimo minuto con conseguente calcio di Villino, quella è stata magica. Poi tutte quelle fatte contro la squadra che ha Micio sul libretto nero. Ma ultimamente quella che mi sono goduto di più e che più mi ha emozionato è stata la mia prima in campionato di quest’anno contro il Parabiago in casa loro. Ero entrato dalla panchina e stavamo perdendo e in 10 minuti abbiamo ribaltato il risultato, non segnavo da un po’ e mi dispiaceva, e i miei compagni lo sapevano. Niccolò prende la palla e gli chiamo un calcetto dietro la linea, lui esegue e schiaccio la meta in mezzo ai pali. Mi giro per esultare e vedo che tutta la squadra esulta e mi viene ad abbracciare, quasi tutti e quattordici, cosa che succede raramente; ho avuto la sensazione che fossero più felici per me che per la meta in sé. Però oltre alle mete fatte ricordo anche tutte quelle che mi sono mangiato. Quando sbaglio qualcosa e non segno ci penso tutta la domenica sera e tutta la prima parte della settimana.

Qual è la tua giocata preferita?

La Super ovviamente! Bellissima, indifendibile se fatta bene!

Una leggenda dice che in genere chi segna tanto placca poco. È vero? Tu come te la cavi?

Inizialmente non placcavo tanto, anzi non placcavo nulla. Sfruttavo la mia velocità per riprendere l’avversario e aggrapparmi da qualche parte sperando inciampasse su di me. Nei placcaggi frontali non ne parliamo, mettevo le mani ad uncinetto occupando più posto possibile e facendomi il segno della croce. Se mi agganciavo da qualche parte per caso bene, altrimenti venivo calpestato. Poi però due cose mi han fatto cambiare, le continue insinuazioni (veritiere) dei miei compagni di squadra stile “non placchi un c***o, quando smetterai di essere veloce non giocherai più” che volevo assolutamente sfatare; e poi una frase che ascoltati da Fabrizio Villa, “a parità di bravura e velocità di due ali, un allenatore sceglie quella che ti da più sicurezza in difesa, quindi quella che placca meglio”. Allora mi sono detto che era il momento di iniziare a placcare perché altrimenti avrei rischiato di non giocare più. Ho iniziato a mettermi di impegno e ad allenare il gesto, me lo sono messo come obiettivo dell’anno e pian piano sono migliorato. Ora lo trovo divertente e soddisfacente, non faccio ribaltoni a tirare giù come Micio e i gemelli, ma comunque placco, tutto quello che mi trovo davanti lo tiro giù. Un placcaggio vale più di una meta, e se lo dico io!

Che piani hai per il futuro? Pensi che resterai al Chicken per sempre ? Cosa ti lega a questa squadra ?

Quando smetterò di giocare sicuramente continuerò a dare una mano in società, magari come allenatore, o come dirigente, chi lo sa forse un giorno Presidente! A parte gli scherzi, penso che resterò sempre legato al Chicken perché ho tanti amici e tantissimi ricordi. Siamo una società speciale, ci becchettiamo sempre, ci lamentiamo ma ci vogliamo tanto bene, ma soprattutto siamo attaccati alla maglia. In tanti giurano amore ad una società ma poi cambiano idea per vicinanza, comodità o altri motivi, io non giudico affatto, ma un Chicken pur di giocare con la maglia gialloverde si fa mille sbattimenti anche se abita dall’altra parte della città. La cosa più bella è che al Chicken c’è sempre la porta aperta: non si va via, si va in Erasmus, e poi si ritorna.

Un’ultima cosa, perché ti chiamano Pollo?

Ci sono due versioni dei fatti. La prima, quella vera, è che quando eravamo più piccoli il migliore della partita della domenica essendo noi il Chicken veniva nominato il Pollo della settimana. Io risultavo quasi sempre il vincitore del premio, e quindi mi hanno iniziato a chiamare così. La seconda versione chiedetela al mio amico Diego.

Le puntate precedenti:

1) Eugenio “Mastino” Gandolfi
2) Simone De Nigro
3) Samar Sambo
4) Filippo Cicinelli
5) Franchino Ghezzi
6) Loris Giambusso
7) Tonino Vinci
8) Fabio Ferrari
9) Marcello Agrati
10) Emma Bellezza
11) Marco “Piso” Acquaviva
12) Nicola Lemorini
13) Omar El Sayed
14) Il professor Vermondo Brugnatelli
15) Davide Mancino
16) Cecilia Manera
17) Francesco “Truciolo” Cardogna
18) Juan Vargas

By | 2019-05-06T11:57:01+00:00 maggio 6th, 2019|Senza categoria|0 Comments

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