Aspettando il Dì del Ghezz 60/L’ultimo Ghezzi

//Aspettando il Dì del Ghezz 60/L’ultimo Ghezzi
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Aspettando il Dì del Ghezz 60/L’ultimo Ghezzi

Esiste un Ghezzi “prima” e “dopo”. C’è il Ghezzi che va dalla nascita del Chicken, nel 1956, alla metà degli anni Ottanta: presidente, allenatore, signore indiscusso, umano ma duro. E poi c’è il Ghezzi che una sera, nel pieno dell’inverno, scende in campo sottozero a dirigere una parte dell’allenamento, e viene colpito da un coccolone che quasi lo uccide. Un po’ per volta, con determinazione, si riprende, torna  a camminare, e ovviamente appena riesce a uscire di casa si fa portare al Giuriati. Era sempre lui, il Ghezzi, ma diventato fragile.
Il Chicken fu ancora di più tutta la sua vita, e l’appoggio che lo teneva a galla. Per i giocatori di quegli anni, una delle ultime immagini del presidente è lui, seduto al campo di Rozzano, con intorno la squadra che grida l’effereà dopo una vittoria. E il Ghezzi che inizia a piangere come una fontana. Ma erano lacrime di felicità.

LUCA FAZZO

Ghezzi con la squadra

Non gli ero simpatico al Ghezzi. Grasso, senza muscoli, lentissimo. L’ora di ginnastica del lunedì mattina in prima liceo radunava attorno a me un gruppetto di compagni sbalorditi dal numero di lividi che esibivo cambiando in tuta il vestito. Così aveva preso il vezzo di trattarmi rudemente. Molto più rudemente di quanto trattasse i miei compagni. Era veramente tosto e di tenergli testa non se ne parlava. Ma, se il mio fisico non era all’altezza, il carattere non mi faceva difetto e, giro dopo giro, bigiata dopo bigiata, mi rinfrancavo e pian piano guadagnavo la stima. Non la sua, s’intende, ma quella dei compagni. Lui, con quei cazzo di baffetti aspettava l’ultima azione della partitella d’ allenamento gialli contro verdi e verdi contro gialli e, con il solito ghignetto, divertito lanciava il razzo finale: gli ultimi che segnano hanno pareggiato, suscitando lo sdegno di quelli in vantaggio e ringalluzzendo quelli che, privi dei più forti, stavano soccombendo e speravano in un guizzo finale che li salvasse. Ci obbligava ad applaudire i nostri avversari a ogni loro segnatura. Per insegnarci la sportività e trasferirci il suo sdegno nei confronti del calcio. Ma ormai ho il dubbio che ci obbligasse, con quel battimani, a ribellarci  e a cercare con più determinazione la soddisfazione di essere applauditi da “quelli più bravi”. Quando, dalla chiesa, hanno portato fuori la bara qualcuno ha applaudito. E, ancora una volta, io mi sono incazzato.

ROBERTO MARIANI

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By |maggio 19th, 2016|Senza categoria|0 Comments

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